Indici di crisi a misura d’impresa, controlli ogni tre mesi

03 Novembre 2019 Categorie: accertamento,agevolazioni,altro,antiriciclaggio,appalto,artigiani e commercianti,bilancio,blockchain,cittadini,crisi d impresa,Decreto Fallimento,dogana,edilizia,enti locali,Fallimentare,finanziamenti,fisco,governance e codice etico,guida 4.0,Industria 4.0,lavoro,locazione,marchi e brevetti,operazioni straordinarie,previdenz,previdenza,privacy,professionisti,responsabilità,revisione,riscossione,sicurezza sui luoghi di lavoro,societá,subappalto,terzo settore,

Gli indici devono far emergere la sostenibilità dei debiti almeno nei sei mesi successivi e le prospettive di continuità aziendale, all’interno di un insieme più ampio di indicatori sugli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale e finanziario. I ritardi nei pagamenti reiterati e significativi, l’assenza di prospettive di continuità aziendale e le insufficienti prospettive della cassa sono indicatori dello stato di crisi.

Il kit per il test preparato dal Consiglio nazionale parte dall’entità del patrimonio netto (che deve essere positivo); la seconda prova è sul Dscr, cioè i flussi finanziari a servizio del debito, che deve essere superiore a uno in situazione di normalità. Quindi si passa agli indici di settore: indice di sostenibilità degli oneri finanziari (il rapporto tra oneri finanziari e fatturato); indice di adeguatezza patrimoniale (rapporto tra patrimonio netto e debiti titale); indice di ritorno liquido nell’attivo (rapporto tra cash flow e totale attivo); indice di liquidità (il rapporto tra il totale delle attività e il totale delle passività a breve termine); indice di indebitamento previdenziale e tributario (rapporto tra debiti previdenziali e tributari e totale dell’attivo). Questi indici hanno soglie diverse secondo i settori, per tener conto delle rispettive caratteristiche.

Gli indici elaborati dalla commissione di esperti del Consiglio nazionale sono “facoltativi” nel senso che le imprese ne possono indicare di “personalizzati” «idonei a far ragionevolmente presumere la sussistenza del suo stato di crisi». Tutto questo, però, dovrà essere motivato nella nota integrativa del bilancio di esercizio, che riporterà anche l’attestazione circa la validità degli indici adottati per decifrare al meglio la situazione dell’impresa. 

La verifica degli indici, da parte degli organi di controllo (collegio – o sindaco – o revisore) deve essere a cadenza trimestrale. 

In base al decreto legislativo 14/2019 sono stati elaborarati indici anche per i casi particolari: per le start up costituite da meno di due anni rileva il solo patrimonio netto negativo, mentre valgono le regole generali in caso di successione nell’esercizio di impresa. Per le start up innovative, invece, il Consiglio nazionale mette in evidenza che «rileva principalmente la capacità di ottenere risorse finanziarie da soci, obbligazionisti , banche e intermediari finanziari». La differenza è dunque la capacità di calamitare risorse per finanziare il progetto innovativo. L’indice adeguato è rappresentato dal Dscr, mentre l’assenza di ricavi o i risultati negativi non sono fattori decisivi per individuare uno stato di crisi.

Ai fini della selezione degli indici sono stati presi in considerazione i segnali utilizzati in modo diffuso nella pratica aziendalistica e nei modelli di diagnosi precoce dell’insolvenza aziendale esaminando una cinquantina di ratios riconducibili ai seguenti ambiti gestionali:

  • sostenibilità degli oneri finanziari e dell’indebitamento; 
  • grado di adeguatezza patrimoniale e composizione del passivo per natura delle fonti; 
  • equilibrio finanziario; 
  • redditività; 
  • sviluppo; 
  • indicatori di specifici ritardi nei pagamenti. 

Per un sistema di allerta è necessario che l’indice selezionato sia efficace soprattutto nella coda più rischiosa della distribuzione e non risenta di problemi computazionali che ne possano influenzare l’efficacia. Occorre allora che tutte le imprese si attrezzino per intercettare i fondati indizi anticipando l’emersione degli indici di cui sopra. 

Si tratta di un cambiamento culturale che obbliga a passare dalla logica del dato retrospettico a quella del dato prospettico: un cambiamento impegnativo posto che, diversamente rispetto al dato storico, la cui costruzione è sorretta da set di principi dettagliati, quella del dato prospettico ha tutt’al più qualche riferimento in linee guida di alto livello ed è rimessa alla singola impresa.

Il giudizio sul nuovo corpo normativo è comunque positivo, a condizione che tutti gli attori coinvolti (professionisti, imprese, banche, creditori pubblici) dimostrino di coprire il proprio ruolo con senso di responsabilità. La posta in gioco è altissima e senza dubbio meriterebbe il massimo impegno: si tratta non solo di contenere i tassi di crescita dei crediti deteriorati, rendendo così più agevole l’accesso al credito e migliorando la fiducia delle imprese, ma di consentire che, in caso di crisi, i piani di rimedio siano veramente tali. Il premio si tradurrebbe in un indiscutibile, anche se frazionale, miglioramento del Pil: un risultato di tutto rispetto per una norma invero destinata a disciplinare la crisi dell’impresa. 


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