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Social «aperti», insulto a rischio di licenziamento

no ad attacchi diretti

È bene che i lavoratori evitino di postare sui social media attacchi diretti e volgari contro superiori, colleghi e collaboratori. Da evitare anche commenti di natura violenta, sessista o razzista, benché estranei alla sfera lavorativa. Il datore potrebbe contestare e sanzionare la pubblicazione di un post “sconveniente”, se è in grado di dimostrare che questa condotta ha leso il rapporto fiduciario e ha provocato un danno all’azienda

informazioni riservate

Sui social media non bisogna diffondere informazioni riservate dell’azienda, né criticare situazioni interne senza rispettare il limite della verità oggettiva. La Cassazione non ha ritenuto sufficiente, ad esempio, il ruolo di rappresentante sindacale di un lavoratore per giustificare due suoi articoli sul welfare aziendale non veritieri e lesivi dell’immagine datoriale (Cassazione, sentenza 10897 del 7 maggio 2018)

insulti a concorrenti

In generale, è bene per il dipendente di un’azienda evitare di diffamare sui social media le imprese concorrenti, per non causare danni al proprio datore di lavoro. 

Questa regola può essere fissata esplicitamente nella policy aziendale: una società attiva nel campo della moda può, ad esempio, chiedere ai propri dipendenti di astenersi dal commentare le collezioni prodotte dai propri concorrenti

violare la policy

Qualsiasi comportamento che violi le regole contenute nella policy aziendale sull’uso dei social media espone il lavoratore al rischio di una contestazione disciplinare dal datore di lavoro. Il codice di comportamento stabilito dall’azienda fornisce indicazioni vincolanti al personale su come deve essere gestita la presenza social dell’impresa, sull’uso dell’account aziendale e personale e sulla presenza sul web del lavoratore


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@ Beneggi e Associati | Commercialisti al servizio delle imprese | Meda | Milano

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