Crisi d’impresa test pratico: come valutare la convenienza del risanamento nel 2026

Con il decreto direttoriale pubblicato il 1° giugno 2026, il Ministero della Giustizia ha aggiornato le regole operative sulla composizione negoziata della crisi, sostituendo il precedente impianto del 2023.

L’intervento non modifica la struttura del sistema, ma ne rafforza gli strumenti operativi. Al centro di questo aggiornamento c’è il test pratico per la verifica della perseguibilità del risanamento, che assume un ruolo ancora più rilevante nella gestione della crisi.

Non si tratta di un adempimento formale, ma di uno strumento che consente di capire, in modo concreto, se l’impresa ha margini reali per uscire dalla crisi oppure se sono necessari interventi più incisivi.

Come funziona il test pratico nella crisi d’impresa

Il test pratico nella crisi d’impresa si basa su una logica finanziaria essenziale: confrontare il debito da ristrutturare con i flussi che l’impresa è in grado di generare.

L’obiettivo è verificare se i flussi disponibili sono sufficienti a sostenere il servizio del debito nel tempo.

Questo passaggio rappresenta un cambio di approccio rispetto al passato. Non basta più analizzare dati contabili o margini economici: la sostenibilità viene misurata sulla capacità concreta di generare cassa.

Se il rapporto tra debito e flussi è equilibrato, il risanamento può essere considerato realistico. Se invece emerge uno squilibrio, il test segnala la necessità di intervenire con operazioni straordinarie, come la cessione di asset o una ristrutturazione più profonda.

Il test semplificato per le imprese minori

Una delle novità operative più rilevanti riguarda le imprese di minori dimensioni.

Per queste realtà, il decreto introduce un modello di test semplificato, che consente di effettuare la stessa valutazione con un livello di complessità ridotto.

La logica resta invariata, ma le modalità applicative sono adattate per evitare che l’analisi diventi eccessivamente onerosa.

Questo intervento è coerente con l’evoluzione del Codice della crisi (Dlgs 14/2019), che negli ultimi aggiornamenti ha cercato di rendere gli strumenti di gestione della crisi più accessibili anche alle PMI.

Debiti tributari: accordo e nuove indicazioni operative

Parallelamente al test pratico, il decreto introduce importanti chiarimenti sul trattamento dei debiti tributari all’interno della composizione negoziata.

L’imprenditore può proporre un accordo alle agenzie fiscali e all’agente della riscossione, finalizzato al pagamento parziale o dilazionato dei debiti.

La proposta deve essere accompagnata da due distinti documenti.

Da un lato, una relazione di un professionista indipendente che attesti la convenienza economica dell’accordo. Dall’altro, una relazione sulla veridicità e completezza dei dati aziendali.

Questo doppio livello di verifica rafforza la credibilità della proposta e rappresenta un passaggio chiave per il buon esito delle trattative.

Revisore e attestatore: separazione dei ruoli

Il decreto chiarisce un punto che nella prassi aveva generato incertezze.

Il revisore legale e il professionista che attesta la convenienza devono restare soggetti distinti.

Il revisore ha il compito di verificare i dati aziendali, mentre l’attestatore valuta la sostenibilità della proposta di accordo.

Se l’impresa dispone già di un revisore legale, è quest’ultimo a dover redigere la relazione sui dati. L’attestazione, invece, deve essere affidata a un professionista indipendente diverso.

La separazione delle funzioni garantisce maggiore trasparenza e riduce il rischio di conflitti di interesse.

Il ruolo dell’esperto nella composizione negoziata

Il decreto non introduce obblighi specifici sull’intervento dell’esperto nella gestione degli accordi tributari.

Questo conferma una tendenza già evidente nella prassi: l’esperto non è il soggetto che costruisce la proposta, ma facilita il dialogo tra le parti.

Il suo intervento resta quindi indiretto, ma può diventare rilevante nelle fasi più delicate delle trattative, soprattutto quando emergono criticità sulla sostenibilità del piano.

In concreto, il coinvolgimento dell’esperto in fase iniziale, anche se non formalmente richiesto, consente di evitare incoerenze tra il piano di risanamento e le aspettative dei creditori.

Quando il test segnala che il risanamento non è sostenibile

Il valore del test pratico emerge soprattutto nei casi in cui evidenzia uno squilibrio.

Se i flussi generati dall’impresa non sono sufficienti a sostenere il debito, il test segnala che il percorso di risanamento non è percorribile nella forma proposta.

Questa indicazione non è neutra. Impone una scelta: rivedere radicalmente la strategia oppure valutare soluzioni alternative.

Tra queste rientrano operazioni straordinarie come la cessione dell’azienda o di rami d’attività, che possono ridurre il debito o migliorare la capacità di generare flussi.

In questo senso, il test diventa uno strumento decisionale, non solo diagnostico.

Tempistiche: perché va fatto subito

Il decreto non fissa scadenze rigide per l’esecuzione del test pratico, ma la logica operativa è chiara.

La valutazione deve essere effettuata nelle fasi iniziali del percorso.

Questo è particolarmente rilevante nei casi che coinvolgono debiti tributari, dove i tempi di risposta delle amministrazioni sono fisiologicamente lunghi.

Anticipare il test consente di impostare il percorso su basi realistiche e di evitare ritardi che potrebbero compromettere l’intero processo.

Il test pratico come strumento di selezione delle soluzioni

Nel sistema della composizione negoziata, il test pratico nella crisi d’impresa svolge una funzione precisa: selezionare le soluzioni sostenibili.

Non tutte le crisi sono risolvibili con un piano di ristrutturazione ordinario. Il test consente di distinguere tra situazioni recuperabili e situazioni che richiedono interventi più drastici.

Questo approccio riduce il rischio di percorsi inefficaci e favorisce scelte più rapide e consapevoli.

Come utilizzare il test nella pratica

Per essere efficace, il test deve essere costruito su dati attendibili e su un’analisi realistica dei flussi.

Sottovalutare i fabbisogni finanziari o sovrastimare la capacità di generare cassa può alterare completamente il risultato.

Per questo motivo, la fase di costruzione del test è determinante quanto il risultato finale.

Un’impostazione corretta consente di affrontare eventuali trattative con creditori e istituzioni su basi solide e credibili, evitando contestazioni successive.

Nel momento in cui emerge una criticità, intervenire subito sulla struttura del piano permette di mantenere il controllo del processo e di non subire passivamente l’evoluzione della crisi.

Conclusione

L’aggiornamento del 2026 conferma il ruolo centrale del test pratico nella gestione della crisi d’impresa.

La verifica della sostenibilità attraverso il rapporto tra debito e flussi rappresenta oggi il primo passaggio concreto per valutare la possibilità di risanamento.

Le nuove indicazioni su debiti tributari, la distinzione tra revisore e attestatore e le semplificazioni per le imprese minori rafforzano un impianto orientato alla concretezza.

In questo contesto, il test diventa lo strumento che separa i percorsi realistici da quelli solo teorici, rendendo più efficace l’intero sistema di gestione della crisi.

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Tiziano Beneggi

Giugno 5, 2026

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